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venerdì 12 agosto 2016

Quanto pesa il dolce


I recettori per il gusto dolce, contrariamente a quanto si pensa, sono espressi in molti tessuti. Oltre che sulla lingua, in tutto il cavo orale, nell'intestino, nel fegato, nel cervello ecc. 
Non si capisce bene però il perché. Probabilmente chi ha maggiore predilezione per il dolce ha un vantaggio evolutivo perché riesce a mettere calorie da parte per i tempi di "magra".
Per ora sappiamo che nei topi che vengono modificati in modo da nascere senza questi recettori, anche se nutriti con una dieta fatta appositamente per ingrassare, rimangono magri. L'effetto di iperplasia del tessuto adiposo (aumento del numero delle cellule adipose) non sembra invece dovuto a questi recettori.

Questo spiega perché, senza aggiungere calorie, i dolcificanti sono associati ad aumento di peso. E perché in generale un uso smodato di alimenti dal gusto dolce faccia ingrassare.


https://www.facebook.com/trust.biologist/photos/a.138853472893936.27203.138846579561292/982703585175583/?type=3&theater
le ciambelle sono più sane dei cristalli di meth


Quello che ormai è certo è che questi recettori attivano il rilascio di insulina in quantità abnormi, e quindi l'accumulo di grassi, inibendo allo stesso tempo la loro ossidazione.
Si sta quindi pensando di intervenire farmacologicamente su questi recettori, ma ovviamente è molto più semplice evitare i dolci.
Nel nostro percorso evolutivo non siamo per niente adattati ai cibi moderni, e il risultato è che le persone che assumono questi cibi hanno maggiore probabilità di non essere sani.
Gli alimenti dolci, a parte frutta e miele, che i nostri antenati potevano assumere molto raramente, non esistono in natura.

E la frutta, che ha tanti zuccheri, almeno secondo il comune modo di pensare? Non esiste grande evidenza che faccia aumentare di peso, anzi. Forse per il fatto di essere associata a riduzione dell'infiammazione, ha fibre, minerali, vitamine ecc


http://www.quickmeme.com/meme/3pd5as

venerdì 5 agosto 2016

Le vie del diabete sono infinite


Il diabete di tipo 2 è un fortissimo fattore di rischio per gli eventi cardiovascolari. Questo è dovuto soprattutto al fatto che la glicemia alta ha un effetto deleterio sull'endotelio vascolare. Come delle schegge di vetro che scorrono nei vasi sanguigni.
Ma i danni non finiscono qui.


http://hyper.ahajournals.org/content/61/5/943.long



Chi ha la glicemia alta già da giovane sviluppa alterazioni cerebrali (perdita di materia grigia e quindi funzionalità cerebrale), danni ai reni, alterazione della spesa energetica, ha un maggiore rischio di malattie mentali.

Se una donna ha il diabete gestazionale (o è obesa), ha 5 volte in più la probabilità di avere un bambino sovrappeso e quindi con successivi problemi di salute.


Se non si prendono provvedimenti, si ha una perdita progressiva delle betacellule (produttrici di insulina) dovuta al costante sforzo al quale sono sottoposte: l'insulina è infatti rilasciata dopo ogni pasto, e se vi è resistenza insulinica (ossia l'insulina funziona meno del previsto) il pancreas risponde aumentando la sua produzione. E, come un motore lasciato sempre al massimo dei giri prima o poi fonde, così le betacellule non si riproducono più (non sono più trofiche) e muoiono.

Diventa quindi necessario fornire insulina dall'esterno, dato che il proprio pancreas ha una funzionalità molto ridotta, ma questo può addirittura aumentare l'infiammazione. L'eccesso di insulina aumenta anche il rischio di tumore, perché stimola la proliferazione cellulare. Un altro legame tra tumore e diabete potrebbe essere dato da un'alterazione di MondoA, una proteina muscolare.

Come si fa a curarlo? Di solito si tende a curare i sintomi (iperglicemia) con farmaci e cambiamenti nello  stile di vita, e gestire la situazione evitando il peggioramento.
In realtà la cosa migliore sarebbe eliminare le cause che portano alla perdita dell'equilibrio (omeostasi) glucidica: infiammazione e perdita di efficacia dell'insulina e delle betacellule (che può essere contrastata ed è reversibile).
Si ritiene che il grasso viscerale abbia una forte componente causale nel diabete.

Tra gli inibitori del trofismo delle betacellule troviamo lipotossicità (ossia troppi grassi alterano le vie di controllo dell'insulina), glucotossicità (in questo caso sono i troppi carboidrati a indurre insulino-resistenza), fattori infiammatori legati al colesterolo, stress ossidativo, mTOR (attivato da leucina e aminoacidi ramificati), un'alterazione della sintesi proteica (UPR). Insomma tante vie, non tutte necessariamente attivate in contemporanea.
E, una volta che si ha una variazione nel metabolismo (alterazione della sensibilità insulinica), quello che magari prima aiutava a mantenere la massa magra (aminoacidi ramificati) diventa tossico e diabetogeno. Questo avviene soprattutto dopo la "polarizzazione" dei macrofagi, che da antinfiammatori (M2) diventano proinfiammtori (M1).

L'eccesso di aminoacidi ramificati sembra essere predisponente per il diabete anche a causa della riduzione di captazione del triptofano (precursore della serotonina) nel cervello.


La questione centrale consiste nel fatto che il diabete è una malattia poligenica (ed epigenetica: l'espressione dei nostri geni può cambiare durante la vita), ossia la sua predisposizione è dovuta a più di 100 geni, e la sua manifestazione allo stile di vita (dieta a scarsa densità nutrizionale e inattività fisica). Per questo è impossibile stabilire una sola cura valida per tutti, ma sempre ci sarà una risposta differente per ogni persona.
Alcune delle cause, a livello cellulare/molecolare, sono: alterata funzione dei mitocondri, dell'ipotalamo e dei suoi segnali, delle betacellule, dell'aldoso reduttasi (enzima chiave nella via dei polioli), del microbiota, molte citochine e recettori di membrana (TNF e TLR-4 ad esempio), i ceramidi e gli sfingolipidi, gli AGEs (metaboliti che si formano durante la cottura), lo stress ossidativo, quello del reticolo endoplasmatico (le proteine non vengono più sintetizzate correttamente e quindi non funzionano in maniera corretta), inquinamento,  soprattutto atmosferico.  E lo stress propriamente detto.

L'alterazione però che sembra accomunare tutte queste è la presenza di infiammazione (con un'alterazione della risposta immunitaria). Un meccanismo che dovrebbe rimanere attivato brevemente (il tempo di rispondere ad un insulto come un agente patogeno o una ferita), ma diventa cronico. Questa condizione è fondamentale nell'espansione del tessuto adiposo e nell'instaurazione della resistenza insulinica.
Un'altra caratteristica che appare comune è uno sbilanciamento della flora intestinale (che rilascia metaboliti infiammatori come LPS) in persone con diabete: a volte basta un'alimentazione diversa, con più fibre, per riportare l'equilibrio, a volte servono interventi più decisi.

Qual è quindi l'indicazione che è uscita dal più grande studio sulla genetica del diabete mai effettuato? La necessità di personalizzare la terapia!
Normalmente le linee guida prevedono un approccio simil-mediterraneo con un taglio calorico tra le 500 e le 1000 kcal/die e una percentuale di kcal dai carboidrati tra il 50 e il 60%. 
Quanti traggono vantaggio da questo metodo? Praticamente nessuno.
Si stanno però facendo dei passi avanti: ad esempio un diabetologo italiano che parla anche di qualità e finalmente non solo di calorie.

Quali sono quindi i diversi approcci che si possono utilizzare? Cercherò di valutare pro e contro di ciascuna dieta, cercando di evitare, per quanto possibile, il bias di conferma.


Dieta low fat (pochi grassi): classico approccio "di tutto un po'" da linee guida (la vera mediterranea è ben altro, con cereali antichi, pane lievitato naturalmente, legumi, poco pesce e carne una volta a settimana, olio EVO come condimento ecc), che non è realmente nutriente e punta solo a ritardare il più possibile le complicanze, ma non a guarire. Appare più appropriata se a basso indice glicemico (quindi con cereali integrali piuttosto che raffinati ecc).
Può dare comunque discreti risultati se abbinata ad attività fisica.


Dieta chetogenica: esclude tutti i carboidrati e favorisce così l'utilizzo dei grassi di deposito come fonte energetica. Le betacellule pancreatiche si "riposano", escludendo i carboidrati e riducendo drasticamente l'introito totale giornaliero, e possono così ridurre il loro stress. Può essere molto utile ma se non si segue un corretto regime di mantenimento si può tornare più grassi di prima.
Nei topi la dieta chetogenica ha guarito l'insufficienza renale, che spesso si lega al diabete



Dieta low carb (pochi carboidrati): sta crescendo l'attenzione verso questo tipo di diete, in cui i carboidrati non vengono tolti ma drasticamente ridotti (circa 100g al giorno), mentre si utilizzano molti più grassi. Essendo il diabete una "intolleranza ai carboidrati", sembrerebbe logico ridurli. Vengono da qualcuno ritenute oggi più efficaci delle low fat: ottimo risultato recentemente in un trial di buon livello (randomizzato e controllato).
Il glucosio (carboidrati) può essere usato, soprattutto in caso di stato infiammatorio, come base di partenza per la sintesi dei trigliceridi negli adipociti, e così ridurre questa via metabolica avvia il dimagrimento e l'ossidazione dei grassi, con conseguente miglioramento del quadro. Questo vale anche nelle diete cheto.
Anche nella sua variante mediterranea (con molto olio di oliva e pesce ma pochi cereali) sembra efficace.
Persone con una suscettibilità genetica all'aumento di peso possono avere benefici dall'approccio low carb sul lungo periodo secondo un nuovo trial.
Spesso si ritiene che funzionino soprattutto a causa del drastico calo di insulina prodotta.
In realtà anche i grassi stimolano la secrezione di insulina, ed è soprattutto il grasso accumulato nelle betacellule a impedire il corretto rilascio di insulina. Può dunque essere peggiorativa in alcuni.

Appare controindicata in casi di "adrenal fatigue" (problema di risposta allo stress) e problemi tiroidei, mentre è forse la dieta migliore in caso di persone sedentarie, ovaio policistico, Alzheimer o Parkinson, insulino-resistenza, sovracrescita intestinale di lieviti.


Paleodieta: sembra avere buon impatto, è simile alla low-carb. Il vantaggio della paleo è quello di escludere tutto ciò che crea permeabilità intestinale (glutine e tutti i suoi simili) e quindi impedisce ai metaboliti batterici infiammatori di alterare l'omeostasi glucidica. In compenso prevede altri tipi di sostanze potenzialmente infiammatorie (colesterolo, TMA, grassi saturi) e quindi non necessariamente è la migliore per tutti.
Ricca in nutrienti antidiabetici come magnesio, vitamina A e D, CLA, omega 3, se effettuata correttamente (con pesce pescato e carni di animali nutriti a pascolo e non a mangimi).

Ricordiamo che non è realmente la dieta fatta dai nostri antenati ancestrali, che erano fortunati a poter mangiare una volta al giorno e avevano un'aspettativa di vita, esagerando, di 40 anni. Il paleolitico non era un paradiso terrestre come alcuni vogliono far credere, in cui non esistevano le malattie, tuttavia può funzionare molto bene per l'eliminazione (o forte restrizione) di alimenti infiammatori e la ricchezza in nutrienti.


Vegan: sono state indicate come utili nella terapia del diabete. Hanno bassissimo tenore di grassi e di proteine rispetto alle diete alle quali siamo abituati (circa il 10% entrambi).
Escludendo latticini e altri prodotti animali, c'è un drastico calo negli aminoacidi ramificati e questo può essere un vantaggio, come si spiegava prima. Anche i precursori infiammatori di TMAO si abbassano notevolmente, così come il colesterolo.
Una dieta ad alto tasso di vegetali aumenta la diversità batterica, che contrasta il diabete.
Inoltre i grassi possono essere infatti estremamente infiammatori, soprattutto se abbinati ai carboidrati: insomma separarli, anziché assumere quantità moderate di entrambi, sembra una cosa buona.
Il dott Barnard spiega il legame tra grassi e diabete



Come si accennava prima, la carne rossa o processata ha diverse sostanze che la associano al diabete: AGEs, TMAO, grassi saturi, ferro eme (tipico dei prodotti animali e assente nei vegetali), aminoacidi ramificati, nitriti, glicani, colesterolo.
Potrebbe essere utile in chi abbia un diabete di tipo lipotossico.
Può avere anche un eccesso di antinutrienti (glutine, saponine, lectine ecc) che contrastano la guarigione, data l'importanza della permeabilità intestinale nel diabete.

Dieta crudista: attualmente non supportata da evidenza scientifica, potrebbe avere come vantaggio quello di evitare il più possibile gli AGEs, composti tossici che si formano durante la cottura, ma contemporaneamente può avere un eccesso di antinutrienti che normalmente vengono ridotti dalle alte temperature.



Altri approcci:

Chirurgia bariatrica: forse oggi alcuni con troppa facilità ricorrono a questa possibilità, che può dare risultati importanti, ma ha comunque effetti collaterali da gestire per tutta la vita.
Va dunque valutata attentamente questa possibilità, ponendo sui piatti della bilancia i pro e i contro.
La percentuale di successo nel trattamento del diabete è comunque clamorosamente più alta rispetto al trattamento dietetico-comportamentale tradizionale.

Attività fisica: è una componente essenziale nella cura del diabete. Non deve essere stressante, sta emergendo come interessante un'attività breve e intensa piuttosto che lunga e moderata.

Temperatura: sta emergendo che ridurre la temperatura possa stimolare lievemente la termogenesi e migliorare modestamente il quadro glicemico

Concludendo qualsiasi dieta ben bilanciata, senza eccessi e senza carenze di nutrienti, può aiutare nel diabete, ma chiunque può avere una reazione diversa quindi non fossilizziamoci su un solo tipo di intervento, ma andiamo a cercare per ognuno quello più adatto.
Qualità dell'alimentazione, sonno corretto, gestione dello stress e attività fisica costante sono fondamentali per prevenirlo e gestirlo.


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diabete in omaggio con la confezione grande di coca




sabato 16 luglio 2016

Alcolizzato senza saperlo



La steatosi epatica è una condizione, chiamata comunemente fegato grasso, in cui si altera la funzionalità di questo organo a causa del grasso che si infiltra negli epatociti.



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In generale questo accade quando si sottopone ad uno sforzo troppo intenso e per lunghi periodi il nostro prezioso organo, deputato alla detossificazione del corpo e quindi destinato a ricevere tutte le sostanze che non sono riconosciute come necessarie e perciò bisognose di essere espulse (farmaci, pesticidi, inquinanti ambientali, ecc).

Le cause più frequenti di steatosi epatica sono quindi alcol, farmaci, eccessi alimentari costanti (zuccherofruttosio industriale), intossicazioni con sostanze chimiche (ad esempio lavoratori di certe industrie ecc), e ovviamente infezioni con virus dell'epatite.

In uno stato di steatosi epatica, il fegato non degrada l'insulina, e aumentare di peso è molto più facile, dimagrire quasi impossibile. E si accompagna uno stato infiammatorio.


Obesità e diabete sono forse peggiori dell'alcol per il fegato. Il carico di citochine proinfiammatorie rilasciato dall'eccesso di adipe è infatti deleterio per la funzionalità epatica. Questo non significa che dobbiate bere per rimanere magri però!



https://bridgb.com/tag/hepatic-steatosis/



Un'altra causa emergente di steatosi epatica è l'alterazione della flora intestinale.

Infatti alcuni dei nostri batteri e lieviti (saccaromiceti, gli stessi utilizzati per la produzione di vino e birra, e candida) che popolano l'intestino sono capaci di produrre alcol etilico.
A seconda quindi del nostro microbiota, l'alcol viene in pratica prodotto endogenamente, e, pur non introducendolo dall'esterno, il fegato è costretto a smaltirlo, producendo prima tossica acetaldeide e poi meno tossico acetato.
Alla povera persona viene così tolto ogni alcolico, segue la dieta, ma non ha grandi miglioramenti, e questo appunto perché nel suo corpo l'alcol c'è anche senza introdurlo dall'esterno, sottoponendo il fegato ad uno sforzo extra che gli impedisce di guarire.
L'alcol aumenta la produzione di estrogeni e quindi la deposizione di grasso. Il suo effetto cancerogeno è riconosciuto, soprattutto nei riguardi del tumore mammario ed epatico, ma anche in generale del tratto digerente (dalla bocca in giù).
Si stima che il 3,6% di tutti i tumori sia dovuto all'alcol: almeno 7 tipi di tumore sono legati all'alcol (fegato, bocca e laringe, pancreas, pelle, prostata, seno) anche in bevitori moderati. L'alcol dà dipendenza ed è un ottimo solvente: riesce a disciogliere famiglie, matrimoni, carriere professionali.


Per gli altri articoli sull'alcol, questi sono i collegamenti: gravidanza, drunkoressia, birra, osteoporosi, tumori, uricemia.

Aggiornamento 29/7/2016

Interessante articolo su alcolici e performance sportiva, che mette in guardia soprattutto sugli effetti catabolici (aumento della miostatina e inibizione dell'insulina).




sabato 2 luglio 2016

Dieta alcalina, cosa c'è di vero?


Esiste una dieta alcalinizzante?
Il pH è un valore riferito alla concentrazione di ioni idrogeno (H+) in una soluzione. In generale, quando supera i 7 si parla di alcalinità (o basicità), se invece è inferiore a 7 si parla di acidità.
Il PRAL è invece un valore riferito alla capacità di un alimento di far variare il pH urinario, ossia di liberare H+ (o OH-) nel corpo che poi vanno espulsi dall'organismo.
Attualmente non vi è evidenza scientifica che in persone sane sia possibile modificare il pH del sangue con l'alimentazione ma, appunto, solo quello urinario.
Abbiamo 2 sistemi tampone, uno polmonare e l'altro renale, che ripristinano il pH appena esso venga modificato da metaboliti di nutrienti (e non dai cibi in sé come qualcuno vaneggia) che producono degli acidi, come gli aminoacidi solforati ad esempio o il sale da cucina. Allo stesso modo quindi non vi è modo di alzare il pH ("alcalinizzare") con sostanze come l'acido citrico del limone, o alcuni sali minerali come magnesio, potassio, calcio, o altri anioni organici che vengono metabolizzati a bicarbonato nell'organismo.
Se il pH dovesse cambiare, questo determinerebbe alterazione delle strutture proteiche (denaturazione, a causa delle rotture dei ponti idrogeno) e quindi della loro funzionalità, determinando forti problemi a tutto l'organismo.

In ogni caso il pH dell'alimento, come detto prima, non c'entra nulla, così alimenti con pH acido (limone) hanno un PRAL negativo (alcalinizzante delle urine) mentre alimenti lievemente alcalini (latte) hanno PRAL positivo (acidificante). In realtà è l'effetto di alcuni nutrienti che hanno il potere di mettere in funzione il sistema tampone che riporta il pH a valori fisiologici (circa 7,4).



http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3604792/figure/F1/

Questo succede grazie soprattutto al bicarbonato presente nel sangue, e al calcio e al fosforo che vengono rilasciati dalle ossa, le nostre riserve alcaline. Per questo alcuni ritengono che l'introduzione di cibi proteici possa indebolire le ossa.
A variare il suo pH è quindi l'urina, che espelle l'eccesso di H+, e non il sangue.
E così sembrerebbe che i debunker abbiano ragione.

Tuttavia non è vero che questo non succeda in senso assoluto: l'acidosi metabolica, ossia un calo costante del pH plasmatico al di sotto di 7,35, è una complicanza normale (e sostanzialmente asintomatica) ad esempio della malattia renale.
Ecco l'audio di una lezione magistrale del prof Capasso di Napoli, massimo esperto italiano di acidosi metabolica nel paziente nefropatico, durante un congresso di nefrologi.





Inoltre esistono altre condizioni in cui il pH si abbassa e non si finisce in coma in pochi minuti. È una leggenda messa in giro da persone che conoscono poco la fisiologia e ancor meno la patologia. Bressanini stesso parla di 6,8 prima di raggiungere il coma.
Nel caso della malattia renale l'acidosi metabolica è dovuta alla perdita di bicarbonati (uno dei sistemi tampone) con le urine, dato che il rene non funziona più correttamente. Le conseguenze sono perdita di osso e di massa magra e riduzione della sintesi proteica, insulino-resistenza: tutte caratteristiche tipiche della sindrome metabolica e dell'anziano. Anche la perdita di bicarbonato con la diarrea può portare ad acidosi temporanea.

Altre cause di acidosi sono il diabete incontrollato (chetoacidosi diabetica), la setticemia, l'intossicazione con alcune sostanze (salicilati, glicole etilenico, alcol, metanolo), l'insufficienza epatica, la chirurgia bariatrica, specie se si utilizza la metformina.



complicanze della chirurgia bariatrica, tra cui l'acidosi (slide Dott. Stefano Pintus)
Secondo qualcuno la fisiologica riduzione della funzionalità renale che si ha con l'età può portare ad un lieve calo del pH, con le conseguenze che vediamo (fragilità ossea, dolori muscolari, deplezione muscolare e dismetabolismo).

L'acidosi di tipo lattico può essere dovuta anche a tumori ed esercizio strenuo, 2 condizioni che portano alla produzione di quantità notevoli di acido lattico appunto.
Da tutte queste cose capiamo che il sistema tampone funge benissimo normalmente, ma può essere messo in difficoltà da condizioni sicuramente estreme, ma comunque possibili. Insomma non è infallibile.

E qual è il trattamento disponibile nell'acidosi metabolica da insufficienza di bicarbonati (in pratica quando scendono sotto i 22mEq/L)? La semplice somministrazione di ultraeconomico bicarbonato di sodio, NaHCO3. O ancora meglio di potassio citrato, che dà meno effetti collaterali (aumento dei volumi plasmatici ed escrezione di calcio). O di cibi che normalmente alcalinizzerebbero le urine, ma che in questo caso sono alcalinizzanti anche per il corpo, tendendo a compensare la riduzione di bicarbonati, risparmiando la funzionalità renale residua.

La tendenza di questi ultimi anni è già comunque, in caso di malattia renale, consigliare una dieta con un carico acido basso per risparmiare la funzionalità renale residua, ricca in frutta, verdura e addizionata con bicarbonato, anche se non è ancora chiaro quanto e se possa essere utile.
Le persone in acidosi metabolica cronica, dovuta ai loro reni malfunzionanti e quindi in stato di deplezione di bicarbonati, non certo vitali come grilli ma neanche in stato comatoso, vengono sottoposte a somministrazione di bicarbonato con discreti risultati (anche se ancora incerti), risparmiando la funzionalità renale residua e estendendo la loro aspettativa di vita, migliorando la funzionalità cellulare
Un importante trial randomizzato e controllato (il massimo della scienza) è in corso per stabilire con maggiore evidenza dosi ed effetti della terapia alcalinizzante e così le linee guida.

Gli studi osservazionali portano a mostrare che un PRAL positivo tende ad essere associato nel tempo a maggiore incidenza di malattie renali, e quindi ci si chiede se utilizzare cibi alcalinizzanti possa in un certo senso "risparmiare" lavoro al rene e farlo durare più a lungo.

Il sistema tampone funziona bene in chi ha quantità sufficienti di bicarbonati nel sangue, mentre gli altri possono andare incontro a abbassamento del pH sanguigno, senza appunto andare in coma come qualcuno sostiene, ma con manifestazioni patologiche tipiche (resistenza insulinica e anabolica, perdita di muscolo e tessuto osseo) dell'invecchiamento e della sindrome metabolica.

Tumori  

Il noto effetto Warburg, l'utilizzo della componente anaerobia e quindi acidificante della respirazione cellulare, appare una componente importante nella progressione dei tumori e nella formazione delle metastasi, tuttavia non vi è ancora certezza che il pH giochi un ruolo fondamentale nella malignità di tutti i tumori.

Il microambiente acido e ipossico attorno al tumore, caratteristico anche di altre condizioni infiammatorie, può arrivare ad un pH vicino a 6 ("fenotipo Warburg"), e questo porta ad una completa alterazione delle funzioni delle cellule vicine.
Aumentano la resistenza alla chemioterapia (che può selezionare tumori più resistenti), l'alterazione della matrice extracellulare, la proliferazione, la vascolarizzazione e il danno ossidativo.
Il lattato inoltre sostiene tumori come quello polmonare o il melanoma convertendo i macrofagi che così rilasciano fattori di crescita.

http://www.springer.com/us/book/9783709118238

Negli studi animali fornire bicarbonato o altri alcalinizzanti sembra ridurre l'aggressività e la proliferazione del tumore, e aumentare l'efficacia delle terapie.
Tuttavia una metanalisi chiarisce che non vi è evidenza scientifica a favore (ma viene specificato neanche contro) l'uso di acqua alcalina o altri agenti alcalinizzanti né per la prevenzione né per la terapia del cancro. Questo semplicemente perché esistono cellule sensibili al cambio di pH e cellule non sensibili.
In parole povere è una terapia che funzionerebbe a seconda del tumore, ma per questo non la si può descrivere come evidence-based medicine. Del resto il futuro della terapia oncologica, così come di quella nutrizionale, è la personalizzazione.

Sport


Come accennato prima, lo sport intenso può portare ad una riduzione temporanea del pH, soprattutto dovuta alla produzione di acido lattico che si riversa nel torrente sanguigno, e non rimane nei muscoli a causare dolori come si crede. I dolori post esercizio sono dovuti infatti ai DOMS (rotture nelle fibre muscolari) e non all'acido lattico.

L'uso di agenti alcalinizzanti (bicarbonati e citrati) prima della prestazione è consigliato da una metanalisi, sebbene venga sottolineato che l'effetto è individuale. Insomma la temporanea acidosi può ridurre la performance, e questa riduzione può essere attenuata aumentando la riserva alcalina del corpo.


Osteoporosi

Le prove sul legame con l'osteoporosi sono sia a favore che contro, non solo a favore come dice qualcuno, e la differenza può farla l'attività fisica come già spiegato. Anche perché le proteine possono aumentare l'assorbimento di calcio, ma solo con l'attività fisica e le vitamina D e K2 il calcio si fissa nelle ossa.
Ad esempio il PRAL sembra associato a minore densità ossea negli anziani, a conferma della minor capacità dei loro reni di tamponare il pH.


Diabete e obesità

Il fatto di "alcalinizzare" partì dall'osservazione che inducendo acidosi metabolica, tramite avvelenamento, si hanno alterazioni della glicemia (diabete in pratica) che favoriscono l'aumento di peso.
Studi osservazionali (che non dimostrano causalità) mettono in mostra che chi mangia con un PRAL inferiore ha minore rischio di diabete, malattie cardiovascolari e renali: questo può anche essere dovuto ad altre componenti di frutta e verdura. E rimane quindi il dubbio se mangiare "alcalino" possa gestire o prevenire queste patologie.

Anche chi ha problemi di ipossia (gli obesi durante il sonno ad esempio) ugualmente ha una riduzione dell'efficacia del sistema tampone (polmonare in questo caso) e quindi potrebbe essere ugualmente a rischio acidosi metabolica.

Non è possibile tuttavia definire con certezza se è nato prima l'uovo o la gallina, quindi non possiamo affermare con certezza se l'acidosi è conseguente alla resistenza insulinica, all'aumento di peso ecc o viceversa. Quindi che le alterazioni dismetaboliche siano dovute ad un abbassamento del pH rimane solo un'ipotesi.


Conclusioni

L'approccio "alcalino" è sicuramente benefico, nel senso che privilegiare cibi come frutta e verdura ricchi di sostanze benefiche e nutrizionalmente densi, ma non possiamo dire che in una popolazione sana possa far variare il pH e "alcalinizzare".

Esistono tuttavia discrete evidenze che in persone con alterazione del sistema tampone (i.e. insufficienza renale) gli alimenti a PRAL negativo abbiano buon impatto nel risparmiare la funzionalità renale residua. Si deve ancora stabilire la corretta quantità e la presenza di effetti collaterali.
Non vi è ancora chiarezza sulle quantità di bicarbonato e sull'esito a lungo termine, questo è vero, ed esistono anche effetti potenzialmente avversi, come ritenzione di sodio (e quindi di liquidi), aumento della pressione (anche se il prof Capasso nella sua presentazione lo esclude), anomalie elettrocardiografiche e calcificazione vascolare.
Negli sportivi l'effetto appare soggettivo.
Nella terapia tumorale appare un possibile approccio complementare.
Che persone con diabete, sindrome metabolica, obesità ecc abbiano un abbassamento del pH plasmatico non è dimostrato, rimane un'ipotesi, ma che a queste persone aumentare frutta e verdura faccia bene difficilmente può essere messo in discussione.
Se volete bervi l'acqua col limone appena svegli, non ci sono problemi: probabilmente non vi alcalinizzerà, ma sicuramente può darvi altri vantaggi contro anemia, calcoli renali, facilitare la digestione, prevenzione tumorale e cardiovascolare.
Sul bicarbonato invece esistono ancora dubbi per l'esistenza di possibili effetti collaterali, anche per il miglioramento della resistenza insulinica.

Update 9/7/2016

La Cleveland Clinic ci dà i consigli per mantenere la salute renale: bere, ma senza esagerare, mangiare soprattutto cibi sani (in generale quelli che prevengono il diabete), mantenere la massa muscolare col giusto esercizio, evitare integratori inutili o pericolosi, smettere di fumare, fare attenzione ai farmaci (ad esempio antidiabetici e analgesici), controllare regolarmente la funzione renale.
E conferma i motivi per bere acqua e limone.





Update 12/7/2016

Un video sull'acidosi metabolica da parte di una docente statunitense.





Update 12/7/2016

Ulteriori conferme nel modello animale sui benefici di una riduzione del carico acido e della supplementazione di bicarbonato, che viene addirittura definito come un possibile elisir di lunga vita.

Update 23/7/2016

Il sale pare essere associato con riduzione della salute ossea e aumento del rischio di osteoporosi e osteopenia.



Update 2/8/2016

Armando D'Orta spiega come si sfrutta l'effetto Warburg per guarire da alcuni tumori come il glioblastoma.

La dieta DASH, simile alla mediterranea, è benefica per il rene

venerdì 24 giugno 2016

Bisogno di crescere


L'ormone della crescita (GH) è importante per mantenere la massa muscolare e quindi rimanere tonici e giovani.
Tende a declinare con l'età, e un suo eccesso è associato a maggior rischio di tumore, come capita ad esempio agli atleti dopati.
Quasi automaticamente, riducendo il GH aumenta il grasso corporeo, e quindi conseguentemente aumenta il rischio di malattia. Allo stesso tempo, per completare il circolo vizioso, l'aumento di grasso riduce il GH.

Il sito authoritynutrition.com ci fornisce delle indicazioni per mantenerlo a corretti livelli, utile soprattutto per gli sportivi.

  1. perdere grasso (attenzione alle diete restrittive che distruggono la massa magra ovviamente)
  2. digiuno intermittente (fatto con criterio e senza provocare stress all'organismo)
  3. assumere arginina (attenzione, può dare un bilancio dell'azoto negativo)
  4. togliere gli zuccheri (l'insulina rilasciata in seguito all'assunzione di zucchero inibisce il rilascio di GH)
  5. evitare grandi pasti prima di andare a letto (ugualmente dà un picco insulinico)
  6. assumere un integratore di GABA
  7. allenarsi ad alta intensità in poco tempo piuttosto che a livello moderato per più tempo
  8. assumere un integratore proteico dopo l'allenamento
  9. DORMIRE bene
  10. assumere melatonina
  11. altri integratori come creatina, glutamina, ornitina, L-DOPA (nei pazienti con Parkinson) e glicina possono dare una mano

http://harry.enzoverder.be/cats/tn/funny-pictures-growth-hormone-cat.jpg.html
gatto che ha esagerato col GH

giovedì 9 giugno 2016

L'indice glicemico: istruzioni per l'uso


L'indice glicemico (IG) misura la velocità con cui un cibo innalza la glicemia, e quindi dà un'idea di quanta insulina verrà rilasciata dal pancreas. L'insulina è l'ormone che determina immagazzinamento dei grassi.
Ma attenzione: va riferito ad una quantità isoglucidica di alimento, ovvero ad una quantità di alimento contenente 50 grammi di carboidrati.

Va quindi utilizzato con intelligenza, nel senso che un cibo con una bassa densità glucidica, ad esempio la frutta (e ancor meno la verdura), anche se ha un valore di IG relativamente alto, non innalza la glicemia in maniera forte perché il valore di IG è riferito ad una quantità molto elevata, che contenga 50 g di carboidrati (oltre mezzo kg solitamente per la frutta e oltre il kg per la verdura).

Per fare l'esempio opposto, il fruttosio industriale ha un IG basso, ma ha un effetto deleterio.

Contrariamente a quanto si crede, non sono solo i carboidrati a determinare il rilascio di insulina, ma anche proteine e grassi.

Inoltre abbiamo un'estrema soggettività nella risposta glicemica, che viene modulata dal nostro microbiota. Alcune persone hanno un innalzamento glicemico maggiore con alimenti proteici piuttosto che con quelli glucidici, e quindi in quel caso l'IG serve a poco davvero. La nutrizione deve essere personalizzata, non fatta con delle diete in fotocopia.

Harvard raccomanda comunque di utilizzare in prevalenza i cibi con un basso indice, perché sono solitamente associati a migliore salute. E così le linee guida per la prevenzione e il trattamento del diabete mellito di tipo 2.
Senza prenderlo in maniera assoluta (i cibi sono molto più che una risposta glicemica), ma neanche denigrarlo come fa spesso chi crede di conoscere la scienza dell'alimentazione, l'indice glicemico ci fornisce un'indicazione generica su alimenti da preferire rispetto ad altri da ridurre, aiutandoci a gestire il metabolismo glucidico e prevenire le malattie dismetaboliche.

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Aggiornamento 20/6/2016

Le migliori fonti di carboidrati secondo authoritynutrition.com: quinoa, avena, banana, mirtilli, patate dolci, bietole, agrumi, mele, fagioli, ceci.

Aggiornamento 7/7/2016

Un pasto ad alto indice glicemico, fatto con cibi raffinati (pasta e pane bianchi ad esempio) annulla i benefici dell'attività fisica precedente.


Aggiornamento 27/7/2016

Anche la FDA prevede una definizione di "cibo salutare" (healthy food), in contrapposizione con quello che ancora pensano molti: di tutto un po' va bene. E invece no: esiste una netta differenza tra cibo e cibo