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giovedì 16 febbraio 2017

Intolleranze ancora....




Per reazioni avverse agli alimenti, anche chiamate intolleranze alimentari (l'equivalenza è contestata da alcuni, come vedremo poco più avanti) intendiamo una qualsiasi conseguenza negativa, registrabile e ripetibile, sulla salute in seguito all'introduzione di un cibo o un gruppo di cibi, che non sia dovuta ad una influenza psicologica. Viene specificato che qualsiasi cibo, preso in eccesso rispetto alla propria tolleranza individuale, può portare a reazioni avverse.
Questa è la definizione presa dall'Enciclopedia della Nutrizione; esistono poi vari sottotipi, con coinvolgimento del sistema immunitario o non, dovute a carenze enzimatiche ecc.



http://www.gastrojournal.org/article/S0016-5085(15)00197-3/fulltext
Classification of food intolerance. Adverse reactions to food can be classified as toxic or nontoxic reactions

In generale le dividiamo in tossiche e non tossiche. Queste ultime a loro volta in immuno-mediate o no. Le prime sono le allergie propriamente dette, con coinvolgimento della risposta adattativa (che si acquisisce con l'esperienza) o innata. Le seconde riguardano carenze enzimatiche o reazioni farmacologiche. In altre classificazioni, che per la verità sono quelle più utilizzate, tra cui quella della SINU, vengono definite intolleranze soltanto queste ultime, perché non coinvolgono il sistema immunitario.

Esiste insomma ancora molta confusione, sia tra gli esperti del settore che non trovano un accordo sulle definizioni, sia tra pazienti e grande pubblico.
Anche in una recente review sul legame tra cibo e ADHD il termine intolleranza alimentare è stato usato comprendendo allergie, sensibilità e intolleranze non immuno-mediate.

Questo post è basato su un articolo che si chiama "Allergie alimentari: le basi", in cui vengono spiegati 4 sottotipi di ipersensibilità che coinvolgono il sistema immunitario adattativo, e possono essere attivate da qualsiasi tipo di proteina (anche se alcune sono più spesso coinvolte), e talvolta anche da carboidrati. Se non specificato, l'articolo è la fonte bibliografica.

Ecco i 4 tipi (Ig = immunoglobuline, proteine rilasciate dai globuli bianchi):

  1. coinvolge le Ig-E, il rilascio di istamina e le cellule Th2, sono le allergie classiche; danno reazione immediata (infatti sono anche chiamate reazioni di ipersensibilità immediata), sono tipicamente provocate da uova, latte, grano, frutta, verdura, noci, sesamo, arachidi, pesce, riguardano meno del 3% degli adulti. Lo stile di vita occidentale potrebbe essere uno dei motivi dell'aumento di queste malattie, fino a un secolo fa pressoché sconosciute.
  2. coinvolge le Ig-G, anticorpo-mediata
  3. coinvolge le Ig-G, immunocomplesso-mediata
  4. coinvolge le cellule T, cellulo-mediata (celiachia, enterocolite)

https://www.facebook.com/974787865939043/photos/a.974789992605497.1073741828.974787865939043/1246471672103993/?type=3&theater


Tutti i 4 tipi di ipersensibilità sono comunque provocabili da qualsiasi allergene, anche se ovviamente esistono quelli più frequenti. Per le ultime 3, che solitamente danno reazioni ritardate, non esistono ancora test considerati affidabili (escludendo la celiachia), ma si usa l'oral food challenge (OFC, temporanea esclusione del cibo con osservazione dell'effetto, possibilmente in doppio cieco).
Esistono anche delle allergie miste, la dermatite atopica per esempio ha solitamente più meccanismi alla base.

L'allergia alimentare è considerata essere la conseguenza della perdita della tolleranza orale dovuta a inappropriata interazione tra geni è ambiente. Il terreno comune di queste reazioni è lo sviluppo di infiammazione, per questo sarebbe corretto parlare di infiammazione da cibo

Inoltre, venendo a mancare il processo di "induzione della tolleranza", non appare sbagliato chiamarla "intolleranza", o meglio includerla nel gruppo, e per questo motivo io propendo per una equivalenza reazione avversa-intolleranza e per includere le allergie nelle intolleranze.
La nomenclatura usata da molti però non afferma questo.
Per fare un esempio, la sensibilità al glutine coinvolge vie immunitarie ma non è considerata un'allergia, quindi gli esperti si contraddicono tra loro.


http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0016508515001493



L'Università Harvard usa il termine "intolerance" riferito a difficoltà digestive con conseguenze come mal di testa, nervosismo ecc

Quello su cui si può concordare è invece il fatto che si possa essere intolleranti (o sensibili, o allergici, decidete voi)  a qualsiasi proteina. Quelli che dicono che solo proteine del latte, delle arachidi, della soia o simili possono creare reazioni, si sbagliano di grosso. Questi sono i principali allergeni che suscitano reazioni Ig-E, ma qualsiasi proteina può dare reazioni di questo o altro tipo, cioè non immediate ma ritardate.


La reazione comune rimane quella infiammatoria, che quando si cronicizza diventa pericolosa e fonte di alterazione dei meccanismi fisiologici che ci garantiscono buona salute.
Quando il processo infiammatorio, che in condizioni normali è transitorio, diventa costante e non si risolve, tutto il corpo reagisce diversamente e questo porta a malattie che normalmente non ci sarebbero, invecchiamento, aterosclerosi, malattia renale ecc


Cause

Quali sono le cause di una reazione agli alimenti? Sicuramente negli ultimi anni si è accertata l'importanza di una alterata flora intestinale, che aumenta la permeabilità dell'epitelio intestinale e facilita il passaggio delle proteine non digerite, che sono così molto più infiammanti. La riduzione delle specie riduce anche la digestione dei frammenti proteici.
Anche molti cibi possono aumentare la permeabilità intestinale, così come i farmaci.
Questi fattori sono fondamentali nelle infiammazioni intestinali.
Una corretta somministrazione di probiotici, vitamine e integratori può essere importante nella gestione, ripristinando la corretta funzione fisiologica di barriera intestinale.

Alcuni fattori ambientali, come alcol, stress, alcuni farmaci antiinfiammatori, virus e batteri, sono capaci di aumentare la permeabilità a livello intestinale e facilitare la reazione di sensibilizzazione. Quando poi si legge che alcuni colleghi pensano che ogni proteina venga digerita e non possa passare la barriera intestinale vengono i brividi e ci si chiede che cosa abbiano studiato.

A cosa è dovuta l'epidemia di allergie alimentari? Al fatto che introduciamo cibi raffinati , infiammantipoveri di nutrienti come vitamina A e D, omega 3, ma ricchi di grassi cattivi, e al progressivo impoverimento dei batteri intestinali, causato da troppa igiene, antibiotici usati a sproposito e alimenti raffinati privi di fibra, il principale carburante dei batteri.

Il nostro intestino manca di molti enzimi, che invece sono presenti nei microbi, che ci aiutano a digerire e a produrre micronutrienti e metabolizzare macronutrienti: la perdita di alcune specie , che si sta verificando progressivamente, rende quindi più difficoltosa la digestione.
Il butirrato prodotto da alcuni batteri è fondamentale per sostenere la tolleranza.
La tolleranza alle proteine è il risultato di una complessa interazione tra proteine ingerite, microbi (e altre specie come miceti e virus), cellule intestinali, immunitarie e non, e le loro vicine che costituiscono i vasi linfatici.


In persone che hanno problemi col lattosio (zucchero del latte), spesso si hanno concomitanti intolleranze anche alle proteine del latte.


Per stimolare il processo di tolleranza, escludere completamente l'alimento può essere anche controproducente, anzi, è necessario affinché si stabilisca che ci sia un contatto con la proteina offendente. La reintroduzione graduale deve essere fatta sotto la supervisione di un esperto




Conseguenze


Come si diceva all'inizio, molteplici conseguenze negative possono essere dovute all'introduzione di un cibo. Siamo tutti diversi e le reazioni di conseguenza.
Le allergie Ig-E danno reazioni immediate.
Come si manifestano le allergie non-Ig-E? Oltre alla reazione immediata, è presente una reazione ritardata che coinvolge anche il sistema Th1, oltre a quello Th2 tipico delle allergie Ig-E-mediate. Le manifestazioni sono ovviamente gastrointestinali (dalla bocca in giù), essendo il sistema digerente una porta verso il mondo esterno, ma anche altri apparati vengono colpiti, respiratorio, nervoso , pelle, ecc.

Un altra complicazione sono le crossreazioni tra antigeni: per esempio chi ha anticorpi contro il collagene, può mangiare carne senza problemi? Non sempre, magari neanche il brodo.


Anche alterazioni del sistema immunitario sono legate strettamente alla condizione di permeabilità intestinale.

Ben noto è il collegamento tra proteine del latte o dell'uovo e malattie respiratorie (rinite e sinusite) o reazioni dermatologiche (soprattutto dermatite atopica se si tratta di reazioni immediate, anche altre forme se si tratta di sensibilità non Ig-E) artriti (anche reumatoide), fatica cronica e altri problemi reumatici.
La fibromialgia è dovuta essenzialmente ad una insufficiente produzione di energia da parte dei mitocondri a causa dell'infiammazione e dei ROS (radicali liberi), quindi chiaramente gestibile dal punto di vista alimentare. 
Di questo problema soffre il 60% degli ipotiroidei.
Altre intolleranze possono favorire l'emicrania, congiuntivite, possono aumentare l'aggressività nell'autismo e nella sindrome da iperattività.
Una vecchia ipotesi lega glutine e schizofrenia in alcuni individui.
Le esorfine (proteine morfino-simili prodotte dalla digestione, derivanti da glutine e caseine in particolare) possono dare problemi ma senza coinvolgimento di vie immunitarie (almeno in apparenza). I problemi dati dalle caseine (proteine del latte, in particolare A1-beta-caseina) sono stati messi in evidenza anche dalle recenti linee guida inglesi sulla sindrome dell'intestino irritabile. 


La gluten sensitivity invece, secondo recenti scoperte, coinvolge anche il sistema immunitario innato. Ricordiamo che fino a qualche anno fa tutti dicevano che il glutine era una molecola innocua salvo poi convertirsi alla gluten sensitivity. Il solito sport, tipico soprattutto in Italia, del salto sul carro del vincitore.


Se uno ha fibromialgia (stanchezza cronica) e passa levando il glutine, la persona è intollerante al glutine. Il test andrebbe fatto senza far sapere alla persona cosa sta mangiando (in cieco), cosa molto difficile ovviamente.



La specie umana non è fatta per digerire il glutine, ci deve pensare la flora: più si degrada la flora, meno lo digeriamo, e meno lo digeriamo, più crescono le possibilità che crei danno.
Ma non tutti i casi di fibromialgia son dovuti al glutine. Sono malattie complesse e multicausali, e rimuovendo solo una (possibile) causa, non necessariamente si migliora.
Fibromialgia o fatica cronica in generale, possono essere una conseguenza di un'insufficiente produzione di ATP da parte dei mitocondri, legata a eccesso di radicali liberi, problemi tiroidei ecc quindi tutti fattori potenzialmente influenzabili con l'alimentazione.
In particolare appare alterata la funzione di un enzima, piruvato deidrogenasi, in una recentissima ricerca. Questo enzima, funzionando male, impedisce una corretta estrazione dell'energia dai carboidrati.



Dimagrimento


Esistono numerosi punti di incontro tra metabolismo energetico e immunità: il metabolismo, anche quello energetico, di una persona infiammata non può essere paragonato a quello di una persona sana.


Ad esempio nelle persone con infiammazione intestinale dovuta a celiachia latente sono aumentati i rischi di qualsiasi malattia infiammatoria (cardiovascolare, tumori e diabete) e la mortalità.
Tuttavia, come già ampiamente spiegato, gli interventi di dimagrimento basati sulla gestione dell'infiammazione da cibo non si basano su forte evidenza scientifica.

Un documento di consenso firmato da numerose società italiane (diabetologi, dietologi ecc) afferma che non c'è evidenza di legame tra aumento di peso e intolleranze o allergie. Comunque assenza di evidenza non significa evidenza di assenza: ossia non si è dimostrata l'efficacia, ma neanche l'inefficacia.
Andando comunque a leggere bene, viene sottolineato che l'attivazione delle vie infiammatorie, terreno comune di intolleranze e allergie alimentari, può favorire l'insulino-resistenza. E chi conosce la fisiologia sa bene che in condizioni di insulino-resistenza il dimagrimento è molto più difficile. Come svuotare una piscina con un secchio bucato.
Esistono meccanismi comuni tra l'infiammazione ipotalamica, che promuove l'iperfagia (mangiare più del necessario) e riduce la sazietà, e quella da cibo.


L'infiammazione è un fattore essenziale per l'espansione del tessuto adiposo e la sua trasformazione in tessuto capace di determinare insulino-resistenza.
Lo shifting (variazione) dei macrofagi nella forma M1, proinfiammatoria, fa bloccare il ciclo di Krebs al citrato, favorendo la sintesi dei grassi: questo può giustficare l'aumento di peso in chi ha infiammazione.
La proteina C reattiva (PCR), che aumenta in caso di infiammazione (aumentando i rischi cardiovascolari tra l'altro), si lega alla leptina alterando il nostro metabolismo


Questa è fisiologia: dovrebbero essere le basi per fare il nutrizionista, invece non viene insegnato in nessun corso.
Non abbiamo più dubbi sul fatto che il microbiota medi la risposa infiammatoria, che si manifesta come iperglicemia (e quindi resistenza insulinica e aumento di peso)

Le molecole prodotte dal tessuto adiposo, dai globuli bianchi ecc possono essere divise quasi categoricamente tra anti e proinfiammatorie; una di queste ultime è PAF, che viene rilasciata anche a seconda della sensibilità a un alimento. Un'altra potrebbe essere BAFF

La permeabilità intestinale, che caratterizza le intolleranze, è un fattore messo in relazione alla resistenza insulinica e all'aumento di peso.
L'attivazione di un recettore per LPS, un metabolita batterico proveniente dall'intestino permeabile e disbiotico, infiamma il tessuto adiposo e stimola l'adipogenesi, l'aumento del numero di cellule grasse.



Il sistema immunitario (soprattutto le cellule B) ha un ruolo fondamentale, in collaborazione con i metaboliti batterici, nel modulare il metabolismo energetico, e stabilire quando sintetizzare i grassi o quando ossidarli. Immunoglobuline di tipo G e A sono coinvolte, perciò anche la reazione ai diversi cibi.

Anche le cellule T, stimolate in generale dal sovrappeso, attivano uno stato infiammatorio, soprattutto se esposte al palmitato (grasso principale dell'olio di palma)


Non è vero che si causi dimagrimento solo con il taglio calorico (l'ha dimostrato un team italiano dando una dieta con le stesse calorie, in caso di allergia al nichel, sulla quale segnalo un interessante approfondimento di una collega, Ilaria Bertini), quindi l'esclusione/riduzione di alcuni cibi/categorie può comunque essere un modo di aiutare una persona che gira per anni da uno specialista all'altro senza cavarne piede.
Anzi, il taglio calorico è spesso un danno.

Riducendo quindi l'infiammazione sistemica, riusciamo a "tappare" il secchio e rendere più facile l'ossidazione del grasso.

Non si tratta però, come accennato, di azioni di medicina basata sull'evidenza (EBM), che quindi hanno effetti positivi sulla stragrande maggioranza della popolazione, ma azioni che possono aiutare una parte ristretta.

Un intestino più "felice" assorbe meglio  micronutrienti, sali minerali e vitamine, e ha quindi un miglior metabolismo. Ma chi vede tutto come "caloricentrico" e "chi non dimagrisce è perché non segue la dieta" non capirà mai questo. Al posto che ammettere i suoi fallimenti, preferisce dire che il paziente mangia di nascosto.


Diciamo che le tessere del puzzle ci sono quasi tutte, ma manca la prova regina (trial con gruppo di controllo). E in questo caso diventa molto difficile, perché bisogna prima capire quali siano gli alimenti "infiammanti". E questo senza test purtroppo.


Test


Purtroppo non abbiamo a disposizione test per verificare le reazioni avverse agli alimenti se non quelli per le allergie Ig-E.


Per le altre l'unico modo di procedere si chiama, come già detto, oral food challenge.

I test fatti in farmacia, che ricercano Ig-G, quindi dovrebbero ricadere nella categoria delle allergie ritardate, non sono ritenuti affidabili.

Questi test non dovrebbero essere usati, semplicemente perché questi anticorpi possono indicare l'avvenuta induzione di tolleranza, e non si legano necessariamente ad una ipersensibilità. Per questo per alcuni possono avere esito buono, per altri nullo.
Le IgG-4 sono segno di un contatto immunitario avvenuto, ma sia di avvenuta tolleranza sia di attivazione del sistema immunitario, e quindi per questo non possono considerarsi affidabili marker di intolleranza e infiammazione: probabilmente lo sono in alcuni, ma non in tutti, quindi non possono essere considerati un test affidabile.


Ig-E e Ig-G possono essere anche in competizione tra loro, per cui alcuni studi mostrano che eliminando il cibo trigger le Ig-E calano, togliendo i sintomi, ma calano anche le Ig-G, che possono dare tolleranza e contrastare le Ig-E. In questo modo si perde la tolleranza e alla reintroduzione del cibo  mancando le Ig-G la reazione potrà essere più violenta.



Le Ig-G4 possono quindi anche essere prodotte per "spegnere" l'infiammazione
Tuttavia possono essere utili nell'esofagite perché in questo caso la reazione pare mediata da queste proteine, o almeno questa è l'indicazione emersa da un lavoro.

Spesso però si confonde l'assenza di test efficaci con l'assenza di reazione per un alimento: la prima è vera, la seconda no.
L'assenza di test attendibili non significa inesistenza dell'intolleranza!
Non è che siccome non possiamo verificare mediante esami, sanguigni o meno, una reazione ad un alimento, quella reazione avversa non esista.

Ecco, ad esempio, un articolo  in cui si afferma che non esiste la sensibilità al lievito, giustificando col fatto che non esiste un test che lo accerti.

Basterebbe cercare sui motori di ricerca scientifici a cosa sono associati gli anticorpi contro i Saccharomyces per avere un'idea dei danni, non solo intestinali, che possono fare.
La sensibilità ai lieviti è nota

Leggerete che l'unico test affidabile è quello per il lattosio: in realtà non è un test di intolleranza ma di malassorbimento, e oltretutto è un test che dà anche un discreto numero di falsi positivi e negativi, quindi definirlo affidabile è alquanto azzardato.


Prevenzione




Le allergie e intolleranze, anche alimentari, sono in aumento, secondo quanto pubblicato da Nature, di 20 volte. 
Non si sa perché qualcuno lo nega. Forse pensano di fare una vita sana a respirare smog, mangiare cibi spazzatura, derivati da allevamenti e coltivazioni intensive, edulcorati con ingredienti senza i quali sarebbero immangiabili. E vivere troppo al pulito.

Per prevenire le allergie alimentari le linee guida ufficiali prevedono che durante la gravidanza e l'allattamento non si applichino restrizioni alla dieta della mamma, in modo da abituare il bambino al contatto immunitario con proteine sconosciute: evitando questo contatto e proponendolo solo più avanti, il rischio di allergia cresce. E questo conferma un significativo passaggio di proteine dall'intestino al latte.
L'allattamento al seno dovrebbe essere considerato l'unica alimentazione per i primi 4-6 mesi.
Le evidenze propendono infatti per un uso esclusivo del latte materno per i primi 6 mesi di vita, senza uso di latti formulati se non in caso di assenza di latte.
La sua funzione di prevenzione viene attuata tramite la presenza di Ig-A; se non si ha a disposizione si utilizzano formule ipoallergeniche predigerite.
Oltre alle Ig-A, la mamma trasmette pure la sua flora intestinale col latte, per cui è sempre meglio gestirla e rinforzarla prima, durante e dopo la gravidanza.
In caso di disbiosi e malattia autoimmune da parte della mamma, qualcuno sconsiglia l'allattamento, perché si rischierebbe di contagiare con una flora "cattiva" il neonato, tuttavia non esistono ancora linee guida in tal senso


Esporsi presto e non tardi al potenziale allergene riduce la probabilità di allergia, contrariamente a quanto si indicava prima. Sono in dirittura d'arrivo nuovi studi che forniranno probabilmente conferme in questo senso.

Un'introduzione in questi tempi potrebbe essere anche correlata con un BMI da normopeso nel bambino.

Il latte vaccino non dovrebbe essere introdotto prima dell'anno di vita, secondo le nuove linee guida, anche se introdurlo prima potrebbe ridurne l'allergenicità.
Un nuovo documento di consenso degli allergologi spinge per un'introduzione tra i 4 e i 6 mesi dei derivati degli arachidi per prevenire l'allergia, molto diffusa negli USA, e non ritardarla come si faceva prima.
Anche l'uovo va introdotto presto, e possibilmente cotto, secondo un nuovissimo studio, per prevenire allergie alimentari e sue manifestazioni (solitamente eczema).
Per la prevenzione è probabilmente utile avere, nella dieta della donna in gravidanza, una sufficiente quantità di omega 3, vitamina D e folati, mentre l'esposizione ad alcuni contaminanti come il bisfenolo A aumenta il rischio.

La flora intestinale ha un ruolo fondamentale nella tolleranza verso gli allergeni, per cui una costante introduzione di fibra che la nutra è importante per ridurre il rischio di allergia.

L'acido arachidonico (20:4, omega 6), presente soprattutto nelle carni allevate in maniera intensiva, assunto in eccesso in gravidanza aumenta il rischio di asma allergica nei bambini. Questo potrebbe chiarire perché i bambini vegani spesso hanno salute migliore di quelli onnivori.



lunedì 30 gennaio 2017

Curcuma: va bene o no?


Ha fatto molto felici i fissati de '"il cibo non cura" la revisione degli studi secondo cui la curcuma non avrebbe effetto benefico sulla salute.

Secondo i chimici, la molecola non riesce a legarsi ai siti di attivazione delle vie biologiche, ma negli studi dà dei falsi positivi a causa della sua fluorescenza naturale.

La realtà è a parere mio diversa (o comunque non solo quella): la curcumina è una sostanza Th-2 stimolante, ossia stimola quella parte di sistema immunitario che dà reazioni di tipo allergico, ma inibisce invece quello Th-1, iperattivo ad esempio nella maggior parte delle malattie autoimmuni. Ad esempio la tiroidite di Hashimoto, malattia autoimmune tipicamente Th-1, può essere, anche se più raramente, dovuta ad uno sbilanciamento Th-2.

Inoltre può risultare un inibitore delle ossidasi dell'istamina (DAO), ossia quegli enzimi deputati a degradare l'istamina, mediatore dell'allergia; in questo modo prolunga gli effetti di un'allergia.

Insomma mentre risulta benefica e antinfiammatoria per alcune persone, può risultare per altri dannosa, e siccome negli studi si mettono dentro un calderone persone con condizioni diverse, se qualcuno ne ha beneficiato e altri ne hanno tratto svantaggio la media è 0, ossia nessuno sta meglio.

Un altro fattore è l'assorbimento intestinale, molto basso per la molecola da sola ma che aumenta in presenza di altri fattori, come la piperina.

Fermo restando che la curcuma non è la cura per tutto, men che meno per i tumori (anche se molte ricerche vanno in questo senso), chi soffre di malattie infiammatorie, artriti e autoimmuni come la psoriasi o malattie croniche dell'intestino può beneficiarne, ma gli effetti sono come sempre soggettivi.

Mentre si cita spesso il medievale Paracelso ("niente è veleno, tutto è veleno, dipende dalla dose") sembra molto più opportuno e moderno "Quello che per qualcuno è cibo per un altro è veleno", Tito Lucrezio Caro, 1° secolo a.C.
A quanto pare 2 millenni fa si era più saggi di oggi.

martedì 3 gennaio 2017

Come migliorare la costipazione


La costipazione è un problema che affligge una buona fetta di popolazione occidentale, che tipicamente ha abitudini alimentari sbagliate. L'Italia in particolare, la patria della dieta mediterranea, è diventata la patria del "di tutto un po'", atteggiamento che, contrariamente a quanto credono molti, compreso esperti del settore, non assicura la copertura dei fabbisogni di nutrienti, in particolare nella popolazione non sana.

La costipazione si associa ad una ridotta qualità della vita, e aumenta il rischio di problemi di natura fisica e mentale.

Un articolo di Authoritynutrition.com ci dà dei consigli su come rimediare a questo problema.

  1. idratarsi correttamente: acqua e acqua gassata vanno bene, mentre le bibite zuccherate peggiorano la situazione
  2. aumentare le fibre, soprattutto quelle solubili e non fermentabili: avena e farro tra i cereali, lenticchie, fagioli e piselli tra i legumi, frutta oleosa. In alcuni casi la fibra invece può peggiorare la situazione. Tra i supplementi la fibra di psillio appare la migliore
  3. fare esercizio fisico
  4. il caffè non decaffeinato appare aumentare la motilità intestinale
  5. la senna è un erba con effetto lassativo
  6. mangiare alimenti fermentati o prendere probiotici: una flora intestinale poco varia si associa a stitichezza
  7. la dieta FODMAP può aiutare, soprattutto se il problema è legato a irritazione intestinale
  8. anche gli spaghetti di shirataki o il glucomannano possono aiutare
  9. mangiare cibi prebiotici, che cioè nutrano la flora intestinale: banana, aglio, cipolla
  10. il magnesio ha un ottimo effetto lassativo, solitamente senza effetti collaterali
  11. le prugne sono forse il miglior frutto in questo caso
  12. evitare i latticini in alcuni casi, soprattutto infantili, aiuta tantissimo
http://likesuccess.com/img4386650

Aggiornamento 29/1/2017

L'elettroagopuntura potrebbe aiutare nella costipazione



sabato 24 dicembre 2016

Mi torna tutto su


Il reflusso gastroesofageo, la risalita dei succhi gastrici lungo l'esofago, è un problema molto diffuso; a volte questo problema rimane silente, ossia non dà manifestazioni.
In realtà, se il contenuto ritorna velocemente nello stomaco e non si hanno problemi, può essere considerato un fenomeno fisiologico dopo un pasto abbondante.
La condizione può manifestarsi anche con dolore retrosternale, facendo pensare a sintomi cardiologici che in realtà sono solo riflessi.


https://www.facebook.com/somersault1824/photos/a.172490939524242.30064.170817006358302/1001038206669507/?type=3&theater


In generale è dovuto al rilassamento o mancata contrazione dello sfintere esofageo (l'ingresso dello stomaco) che così permette la risalita dei succhi gastrici acidi verso la bocca.

Uso dei farmaci

Il trattamento prevede l'uso di vari farmaci il cui compito è inibire la secrezione acida gastrica. Questi, come tutti i farmaci, devono essere usati in maniera adeguata e hanno pro e contro.
L'ambiente acido nello stomaco è assolutamente necessario per le sue corrette funzioni. Infatti sopprimendolo per un tempo lungo ci si espone a conseguenze piuttosto gravi.
Una assolutamente nefasta è l'alterazione del microbiota, non solo nell'intestino ma in quasi tutto il tubo digerente. Nell'esofago incrementano i gram negativi fortemente infiammatori, nello stomaco l'Helicobacter pylori sguazza, prolifera e risale nell'esofago, nell'intestino aumenta il rischio di infezione da C. difficile e si crea SIBO, ossia la crescita di specie batteriche normalmente poco presenti, così aumentando il rischio malattie intestinali e deficit nutrizionali.
Si riduce infatti drasticamente l'assorbimento di ferromagnesio, zincorame e vitamina B12, andando incontro a carenze.
Anche il rischio di candidosi aumenta, così come quello di celiachia e di fratture. Aumentano i Firmicutes e si riducono i Bacteroidetes, variazioni spesso associate con aumento di peso.

Aumenta il rischio di allergie e intolleranze alimentari: questo è dovuto al fatto che l'acidità gastrica è fondamentale per la digestione delle proteine, che rimanendo intatte per più tempo sono molto più antigeniche.

Insomma i farmaci sono ottimi nella situazione acuta ma deleteri nel lungo periodo: accelerano l'invecchiamento cellulare, incrementano il rischio di  demenzaproblemi renali tra cui insufficienza e calcoli. In generale aumentano la mortalità e possono essere fonti di alluminio, un minerale tossicoQualcuno ha parlato anche di iperplasie e tumori intestinali, ma rimane incertezza su questo aspetto. Quello che è sicuro è che si tratta di un trattamento unicamente sintomatico, ossia toglie il sintomo in modo da togliere il disturbo, ma non risolve la causa di reflusso.

Secondo la Cleveland Clinic, gli antiacidi alzano anche il rischio di neuropatia, depressione e amnesia.


Le vere cause del reflusso

In realtà l'ipersecrezione gastrica, ossia un'esagerata produzione di succhi acidi, spesso non è la causa principale del reflusso, ma lo sono l'ernia iatale (spostamento di una porzione dello stomaco dalla sede fisiologica), con la formazione di una "tasca acida", il sovrappeso, il rallentamento della motilità gastrica, la sensibilizzazione a stimoli che alzano la risposta infiammatoria, come la pepsina e la bile o l'acido stesso.

Ma a volte può essere il contrario: l'infezione da H. pylori causa una riduzione della secrezione gastrica e della contrazione muscolare. Questa è la strategia usata dal batterio per stare in un ambiente più favorevole: l'atrofizzazione della mucosa gastrica. Solo che il (poco) acido prodotto non rimane nello stomaco, dove dovrebbe fisiologicamente trovarsi, ma risale a causa dell'ernia iatale o della poca efficacia dello sfintere.
Non occorre quindi un genio per capire che riducendo  ulteriormente la secrezione acida (coi farmaci) la situazione può solo perpetuarsi e peggiorare, visto che HP continua a soggiornareNon si può curare un'anormalità creandone un'altra.

http://bmb.oxfordjournals.org/content/54/1/121.full.pdf

Si stabilisce così un circolo vizioso, e la soluzione quindi non è ridurre l'acidità, ma aumentarla! Ad esempio con betaina HCl. Vale la pena segnalare anche l'articolo di un collega sull'argomento.

H. pylori (HP) può determinare autoimmunità, anche tiroidea, attraverso il meccanismo di mimetismo molecolare. La sua eradicazione potrebbe anche favorire l'aumento di peso perché aumenta la grelina rilasciata dallo stomaco, un ormone oressizzante e rallentatore del metabolismo, e la deplezione di selenio dall'organismo.


In altri casi invece non si tratta di HP o ernia, ma, in particolare quando è poco responsiva agli inibitori di pompa, di esofagite eosinofila legata ad allergie alimentari ritardate (Th2 mediate), mediate da IGG4 con meccanismo infiammatorio, che rispondono per questo ad una dieta di esclusione o rotazione di un allergene.
Quali sono gli alimenti attivatori (trigger) dell'esofagite? Qualsiasi alimento può provocarlo, ma i più comuni sono grano, latticini, frutta secca (anche per il nichel), soia, uova e pesce.


http://www.nature.com/nrgastro/journal/vaop/ncurrent/full/nrgastro.2016.187.html



Per casistica personale, a dare più problemi sono nichel, alimenti lievitati e frumento.

Un altro modo per approcciare il problema è una dieta simil-chetogenica, con pochi carboidrati.
In uno studio pilota su 144 obesi la dieta low carb ha ridotto il reflusso: questo fa comunque pensare ad una componente allergizzante da parte di alimenti glucidici come grano e derivati (glutine) che vengono ovviamente eliminati in un regime low carb. Anche altri esperimenti simili hanno dato lo stesso risultato.

Altri consigli dal dott. Hyman sono evitare caffeina, spezie e alcolici, non mangiare 3 ore prima di andare a dormire, prendere 5 ampi respiri prima dei pasti, probiotici con lattobacilli acidofili, magnesio, enzimi digestivi. Tutto questo aiuta a ripristinare il giusto riflesso gastrico.



Aggiornamento 15/1/2017

L'eradicazione del'HP con l'alimentazione.

Aggiornamento 22/1/2017

I consigli casalinghi da parte di Authoritynutrition.com
Le diete con soluzioni empiriche (ricerca dell'allergene con esclusione, in particolare di glutine e latte), stanno dando risultati incoraggianti nella terapia dell'esofagite. Si conferma inoltre che i test IgG4 possono essere utili in questo caso.



Aggiornamento 26/1/2017

Segnalo un interessante articolo sull'argomento del collega Marco Mereu

Aggiornamento 31/1/2017

Il prof Piccini spiega il collegamento tra osteoporosi, inibitori di pompa e microbiota.